Rubâiyât di Omar Khayyâm secondo la lezione di Edoardo FitzGerald, a cura di Mario Chini, Carabba, Lanciano

Rubâiyât di Omar Khayyâm secondo la lezione di Edoardo FitzGerald, a cura di Mario Chini, Carabba, Lanciano

I

Di tre cose il valor sanno le genti.
Valor di gioventù san gli attempati,
Valor di sanità sanno i malati,
Valor de le ricchezze gli indigenti.

II

Ho visto nel mercato un pentolaio,
Su fresca terra menar calci assai;
Quando la creta così disse: – Sai?
Un dì fui come te. Non trattar male.

III

Vezzi donasti, il core io ti donai;
In gaudio sei, per te nel duol son io;
Da me tu avesti amor, dolor n’ebbi io;
Tu violenza usasti, io sopportai.

IV

Partisti e mi restâr nel cor gli affanni,
Come al partir di carovana un fuoco.
Fugge dal cor ciò che sparia dagli occhi,
Ma tu agli occhi sparisti, in cor mi resti.

V

Ahimè! di gioventù s’è chiuso il libro,
E cessò quest’allegra primavera.
Il gaio augel che ha nome giovinezza,
Ahi, non so donde venne e dov’è ito!

VI

Sempre la voglia mia si volge al vino,
Sempre l’orecchio ai flauti, alle ribebe *.
Quando col cener mio
Formerà un vaso, un giorno, il vaselliere,
Sempre colmo di vin resti quel vaso.

VII

Ber vino e allegro stare è mio costume;
Nulla pensar di dogmi e d’eresia
Religïone è mia.
Dissi alla vita: – La tua dote? – Ed ella:
– Mia dote è del tuo cuore l’allegria.

VIII

Da questa terra, che per alcun tempo
Ci fu dimora, non avemmo noi
Che sventura e dolore.
Ohimè! non fu disciolto un nodo solo!
Andammo, e qui restâr tanti sospiri,
Tanti, del nostro cuore!

IX

Poi che nessuno fa malleveria
Del giorno di domani, il core afflitto
Tu allieta in questo giorno.
Bevi del vino, o bella mia. La luna
Qui non ci troverà, dopo molt’anni,
Quando farà ritorno.

X

Sul giorno di doman nulla tu puoi;
Al giorno di doman senza fastidio
Pensar non puoi, né sai.
Se vigil core hai tu, non perder questo
Momento breve, ché non t’è ben noto
Quando ancor tu vivrai.

XI

Di tua felicità poiché la rosa
Oggi ti reca i frutti suoi, in mano
Perché un bicchier non hai?
Bevi del vin, ché ingannator nemico
È il tempo, e giorno aver simile a questo
malagevole è assai.
XII

Non ti pensar ch’io tema del destino,
ch’io tema del morir, del dì che l’alma
farà sua dipartita.
Poich’è morir necessità, di tanto
Non temo già, ma temo che non bene
Vissuto abbia la vita.
XIII

Poiché non vanno le faccende nostre
Come vorremmo noi,
Pensando stiamo a ciò: – L’intento nostro
A che ne verrà poi?
E lungamente sospirosi e mesti
A seder qui restiamo,
Dicendo: – Troppo tardi siam venuti,
Troppo presto ne andiamo.
XIV

Io sempre in lite sono con me stesso.
Che far dunque potrei?
Dell’opre da me fatte io son dolente.
Che far dunque potrei?
Penso che tu, Signor, perdonerai
Con generosa voglia;
Ma per l’onta che tu quello che ho fatto
Vegga, che far dovrei?
XV

Di questa terra sulla superficie,
Quanti dormenti io vedo!
E sotto il suolo della terra, oh quanti
Che son nascosti io vedo!
Gli occhi per quanto io volga a riguardare
Al deserto del nulla,
Non altro che partiti e non ancora
Venuti in terra io vedo!
XVI

Della mia vita questo breve tempo
Ecco è passato,
Passò qual vento che in deserto passa
Abbandonato.
Fin ch’io vivo sarò, sol di due giorni
Non vo’ far cruccio;
Non di quel giorno che non anche venne,
Non del passato.

Da: Italo Pizzi, Storia della Poesia Persiana, U.T.E., Torino, 1894, 2 voll., 1° volume, pp. 280-286
I

Di tre cose il valor sanno le genti.
Valor di gioventù san gli attempati,
Valor di sanità sanno i malati,
Valor de le ricchezze gli indigenti.

II

Ho visto nel mercato un pentolaio,
Su fresca terra menar calci assai;
Quando la creta così disse: – Sai?
Un dì fui come te. Non trattar male.

III

Vezzi donasti, il core io ti donai;
In gaudio sei, per te nel duol son io;
Da me tu avesti amor, dolor n’ebbi io;
Tu violenza usasti, io sopportai.

IV

Partisti e mi restâr nel cor gli affanni,
Come al partir di carovana un fuoco.
Fugge dal cor ciò che sparia dagli occhi,
Ma tu agli occhi sparisti, in cor mi resti.

V

Ahimè! di gioventù s’è chiuso il libro,
E cessò quest’allegra primavera.
Il gaio augel che ha nome giovinezza,
Ahi, non so donde venne e dov’è ito!

VI

Sempre la voglia mia si volge al vino,
Sempre l’orecchio ai flauti, alle ribebe *.
Quando col cener mio
Formerà un vaso, un giorno, il vaselliere,
Sempre colmo di vin resti quel vaso.

VII

Ber vino e allegro stare è mio costume;
Nulla pensar di dogmi e d’eresia
Religïone è mia.
Dissi alla vita: – La tua dote? – Ed ella:
– Mia dote è del tuo cuore l’allegria.

VIII

Da questa terra, che per alcun tempo
Ci fu dimora, non avemmo noi
Che sventura e dolore.
Ohimè! non fu disciolto un nodo solo!
Andammo, e qui restâr tanti sospiri,
Tanti, del nostro cuore!

IX

Poi che nessuno fa malleveria
Del giorno di domani, il core afflitto
Tu allieta in questo giorno.
Bevi del vino, o bella mia. La luna
Qui non ci troverà, dopo molt’anni,
Quando farà ritorno.

X

Sul giorno di doman nulla tu puoi;
Al giorno di doman senza fastidio
Pensar non puoi, né sai.
Se vigil core hai tu, non perder questo
Momento breve, ché non t’è ben noto
Quando ancor tu vivrai.

XI

Di tua felicità poiché la rosa
Oggi ti reca i frutti suoi, in mano
Perché un bicchier non hai?
Bevi del vin, ché ingannator nemico
È il tempo, e giorno aver simile a questo
malagevole è assai.

XII

Non ti pensar ch’io tema del destino,
ch’io tema del morir, del dì che l’alma
farà sua dipartita.
Poich’è morir necessità, di tanto
Non temo già, ma temo che non bene
Vissuto abbia la vita.

XIII

Poiché non vanno le faccende nostre
Come vorremmo noi,
Pensando stiamo a ciò: – L’intento nostro
A che ne verrà poi?
E lungamente sospirosi e mesti
A seder qui restiamo,
Dicendo: – Troppo tardi siam venuti,
Troppo presto ne andiamo.

XIV

Io sempre in lite sono con me stesso.
Che far dunque potrei?
Dell’opre da me fatte io son dolente.
Che far dunque potrei?
Penso che tu, Signor, perdonerai
Con generosa voglia;
Ma per l’onta che tu quello che ho fatto
Vegga, che far dovrei?

XV

Di questa terra sulla superficie,
Quanti dormenti io vedo!
E sotto il suolo della terra, oh quanti
Che son nascosti io vedo!
Gli occhi per quanto io volga a riguardare
Al deserto del nulla,
Non altro che partiti e non ancora
Venuti in terra io vedo!

XVI

Della mia vita questo breve tempo
Ecco è passato,
Passò qual vento che in deserto passa
Abbandonato.
Fin ch’io vivo sarò, sol di due giorni
Non vo’ far cruccio;
Non di quel giorno che non anche venne,
Non del passato.

1.

Dalla taverna, all’alba, venne un grido:

O scapestrati da taverna, o folli,

Levatevi e di vin s’empia una coppa,

Pria che s’empia misura a nostra vita.

2.

Solo un nostro desìo, dottor *, concedi.

Taci e fa che operiam quel che a Dio piace.

noi dritto camminiam, tu storto vedi.

Gli occhi a curar ti va, lasciane in pace.

3.

Quand’io morrò, nel vino mi lavate;

Del vino e del bicchier fate l’elogio.

Nel giorno estremo * se mi cercherete,

Sotto al suol de la bettola frugate.

4.

Ebbro e folle l’amante a tutto l’anno,

Insano e matto e privo dell’onore.

Quando in senno siam noi, sentiam dolore,

Quand’ebbri siamo, avvenga ciò che avviene!

5.

Tanto vino berrò, che dalla tomba,

Quando sotterra andrò, ne verrà odore,

Perché, se a quell’avel giunge un beone,

All’odor di quel vino ebbro diventi.

6.

Della mia vita questo breve tempo

Ecco è passato;

Passò qual vento che in deserto passa

Abbandonato.

Fin ch’io vivo sarò, sol di due giorni

Non vo’ far cruccio,

Non di quel giorno che non anche venne,

Non del passato.

7.

Luoghi d’adorazion pagoda e kàaba *;

Inno d’adorazion, suon di campane;

Croci, rosari, cattedrali e pulpiti,

Segni d’adorazion sono egualmente.**

8.

Col decreto di Dio nulla rïesce

Fuor che rassegnazione;

Con la gente di qui nulla rïesce

Fuori che ipocrisia;

Ogni astuzia che nasca de la mente

Nell’immaginazione,

Ponemmo in opra, ma contro alla sorte

Nessuna astuzia è forte.

9.

In chiesa, in sinagoga, alla moschea,

Al convento, si teme dell’inferno

E vuolsi il paradiso. Oh! chi scïenza

Ha di Dio de’ secreti, entro al suo core

Giammai non seminò questa semenza!

10.

Hai visto il mondo, e ciò che hai visto, è nulla.

Ciò che dicesti e ciò che udisti, è nulla.

Tutto l’orbe scorresti, e non è nulla.

Ciò che avesti in tua casa, anch’esso è nulla.

11.

Er’io nel sonno allor che sì mi disse

Un sapïente:

Non si dischiuse mai fresca la rosa

Al dormïente.

Opra che fai che suora della morte

È veramente?

Bevi del vin, ché dormirai sotterra

Eternamente.

12.

Coppier, poi che il destino e me e te

Annienterà, non è per me, per te,

Soggiorno il mondo *. Se fra me e te

Si sta un bicchiere, sappi allor di certo

Iddio starsi in poter di me, di te.

13.

Ber vino e allegro star gli è mio costume;

Nulla pensar di dogmi e di eresia

Religïone è mia.

Dissi alla vita: La tua dote? – Ed ella:

Mia dote è del tuo cuore l’allegria.

14.

D’inferno e paradiso io sono indegno;

Dio ben sa di qual creta ei m’ha impastato.

Qual dervìsh * miscredente diventato,

Pari a laida puttana, io non ho fede,

Non fortuna, non speme in paradiso **.

15.

Ogn’anima in cui Dio luce d’amore

Prima infondea,

Anche se sta con quei di Sinagoga

O alla moschea,

Poi che nel libro dell’amore il nome

Dio ne scrivea,

Non cura il ciel, fuggita ha de’ dannati

La chiostra rea.

16.

Ben che infelice e laido per mie colpe,

Io non dispero, come in lor pagode

Fan gli idolatri. All’alba, quand’io mora

Dopo il bagordo, chiederò l’amante

E il vin. Che importa paradiso o inferno?

17.

Guasto la gente ognor mi dice, ed io

Son senza colpa. O gente santa, il vostro

Stato, qual è, guardate. Io, contro a legge

Non ho per colpa mia

Che crapula, adulterio e sodomia *.

18.

Son io schiavo ribelle. Ov’è tua grazia? *

Il core ho fosco. Ov’è tua chiara luce?

Se, per servirti, doni il paradiso,

Questa è mercé dovuta,

E dov’è il favor tuo, dove il tuo dono?

19.

Io non so se colui che m’ha creato,

Era di gente di bel * paradiso

O di tremendo inferno.

Un bicchiere, un lïuto, una fanciulla

All’estremo del prato,

Son queste cose la mercede mia;

Ma tu del cielo hai la malleveria **.

20.

Signor, tu sei pietoso, e la pietade

È pur clemenza.

Or, perché fuori del giardin d’Iremo *

Sta chi è ribelle?

A obbedïenza mia tu guardi, e questa

Non è clemenza;

Ma se a mia ribellion sei tu pietoso,

Questa è clemenza!

21.

All’esistenza con mia meraviglia

Trassemi * in pria;

Fuori del mio stupor di nulla accrebbe

La vita mia.

Ne partiam con dolore e quale il frutto

Non conosciamo,

Perché veniam, perché restiamo in terra,

Perché ne andiamo.

22.

E questi pentolai che nella creta

Hanno le mani e adopranvi la mente,

La ragione e l’ingegno, e fino a quando

Le daran schiaffi e calci e pugni? E quando

S’accorgeran che quella è fango umano?

23.

Quanta sarà stagion che non saremo,

E il mondo ancor sarà!

Non un sol nome, non un sol vestigio

Allor di noi sarà.

Non eravamo prima d’ora noi,

E danno alcun non fu;

Questo ancor fia se da quest’oggi in poi

Noi non saremo più.

24.

Questa volta del ciel trista e maligna

Che ha sede in alto, di faccende umane

Non sciolse un nodo mai. Ma dove scopra

Un cor piagato, al margine di quella

Un’altra piaga ad assestar si adopra.

25.

Aimè! di gioventù s’è chiuso il libro

E cessò quest’allegra primavera;

Il gaio augel che ha nome giovinezza,

Ah! non so donde venne e dove è ito!

26.

Dal volger di fortuna alcuna buona

Parte ti prendi,

T’assidi al loco della gioia e al nappo

Il labbro intendi.

D’obbedïenza nostra o ribellione

Iddio non cura;

Da questo mondo almeno il tuo più dolce

Desìo ti prendi!

27.

Di scapestrati vadan sempre liete

Nostre taverne, e dei devoti al lembo

S’appicchi il fuoco. Oh! la lor veste e quelli

Azzurri drappi * cadan tutti a brani

Sotto al piè di chi bee sino alla feccia! **

28.

Godi! Senza confin sarà il dolore,

D’astri congiunzïoni in ciel fian sempre *;

Matton, che dal tuo corpo altri distempre **,

Formerà un giorno agli altri le dimore.

29.

Male sarìa che questa man che suole

Tazze ed orci afferrar, pulpiti e sacri

Volumi ora pigliasse.

Tu sei devoto secco, io scapestrato

Umido *, né sepp’io che umida un’esca

Il fuoco ** mai bruciasse.

30.

In quel dì che straniero mi faranno

A’ miei congiunti e come d’una fola

Dell’esistenza mia favelleranno,

Ben che dire io non osi esta parola,

Un orciuol da osteria

Fate, vi prego, con la polve mia.

31.

Dal venir mio quaggiù frutto nessuno

Ebbesi il fato;

Dal partir mio né dignità né onore

Gli sarà dato.

Davver! che da nessun gli orecchi miei

Hanno imparato,

Il mio venire, il mio partir per quale

Cagione è stato!

32.

Quando inclinò al digiuno e alla preghiera

L’animo mio, dissi fra me: S’avvera

Ogni mio voto! – Aimé! l’abluzïone *

È andata al vento, e per mezza boccata

Virtù del digiunar s’è terminata.

33.

Cadde gente in error per sua superbia,

Altra per Hùri * o celestial dimora.

Quando fia tolto il vel **, saprassi allora

Che lontano, lontan, lontano assai

Da sentiero ei cadeano in che tu *** vai.

34.

Il vino io bevo e il beve anche ciascuno

Che m’è pari in scïenza.

Se il vino ei beve, innanzi a Dio cotesto

È piccola fallenza *.

Sapeva Iddio fin dal principio primo

Che il vin bevuto avrei.

S’io nol bevessi, ignoranza sarìa

Di Dio la prescïenza.

35.

Il ciel che altro non fa che duolo accrescere,

Nulla depone che non venga a togliere.

Se i non venuti * questo conoscessero,

Quanto ci è d’uopo sopportar nel vivere,

Davver! che in terra mai non scenderebbero!

36.

Ho visto nel mercato un pentolaio

Su fresca terra menar calci assai,

Quando la creta così disse: Sai?

Un dì fui come te. Non trattar male.

37.

Deh! tu che sovra tutti i re del mondo

Vittoria avesti *, sai qual tempo sia

Di bere il vin che l’anima ricria?

Lunedì, Martedì, Mercoledì,

Giovedì, Venerdì, Sabato, ancora

Domenica, del giorno in ciascun’ora.

38.

O bel garzone incantator che d’occhi

Suoli ammiccare,

Siedi e cessa que’ mille vezzi tuoi,

Né ti levare!

Or tu mi fai questo precetto e gridi:

Non mi guardare! –

Precetto è tal qual di chi dice: Inclina

E non versare! *

39.

Noi siam zimbelli e giocolier gli è il cielo.

Non per traslato, ma da ver ciò è detto.

Dell’esistenza sul tappeto, un breve

Giuoco facciamo; ad uno ad uno poi

Del nulla nel forzier ritorniam noi *.

40.

Sono settantadue religïoni *,

Grandi e piccine, in materia di fede,

E scelsi l’amor tuo ** fra tutte quante.

Eresia che gli è mai? che gli è islamismo

E peccato e pietà? Solo tu sei

La meta mia. Lascia pretesti e scuse.

41.

D’acqua e d’argilla m’hai fatto; or che farò?

Lana e seta hai filata; or che farò?

Ogni bene, ogni mal che da me venga,

Sul capo mio l’hai scritto; or che farò?

42.

Di questa terra sulla superficie

Quanti dormienti io vedo!

E sotto il suolo della terra, oh! quanti

Che son nascosti, io vedo!

Gli occhi per quant’io volga a riguardare

Al deserto del nulla,

Non altro che partiti * e che non anche

Venuti in terra io vedo.

43.

E fino a quando, o monaco noioso,

Rabbuffi mi farai? Noi da taverna

Siam scapestrati ed ebbri eternamente.

Tu con rosari e con ipocrisie

Ti vai crucciando e con inganni e scede *;

Conforme a ciò che piace,

Con l’amante e col vin sempre siam noi.

44.

Dïadema del Khan, serto de’ Kay *.

Suvvia, suvvia vendiamo!

D’un lïuto pel suon vesta e turbante

Suvvia, suvvia vendiamo!

E il rosario ch’è primo

In esercito intier d’ipocrisie,

Di vin, senza indugiar, per un boccale,

Suvvia, suvvia vendiamo!

45.

Il mondo è illusïone ed io soltanto

Ordir vo’ astuzie e fraudi.

Di nulla vo’ parlar fuor che di gaudi

E di limpido vino. Altri mi dice:

Iddio ti doni il pentimento! – Iddio

Nol darà; se il darà, nol vo’ far io!

46.

Primo de’ scapestrati alla taverna,

Quello son io!

Venuto in ribellion per tante fole *

Quello son io!

Quello ch’ebbro di vin, le lunghe notti,

A Dio favella col dolor dell’alma,

Quello son io!

47.

È l’aurora, e bevendo un rosso vino

Alquanto respiriamo.

Nome e riputazion, fragile vetro,

Contro a un sasso rompiamo.

La man da speme ch’è lunga soverchio,

A dietro ritiriamo *.

Fra lunghe trecce e lembi di guarnelli **

Suvvia! la man cacciamo.

48.

Sempre la voglia mia si volge al vino,

Sempre l’orecchio ai flauti, alle ribebe.

Quando col cener mio

Formerà un vaso, un giorno, il vaselliere,

sempre colmo di vin resti quel vaso.

49.

Fracasso non facciam, via! ne la bettola

Passiam dalla taverna e non si parli.

Vendiam pel vino e Corano e turbante,

Passiam per il collegio e non si alterchi *.

50.

Per quanto i savi stiansi a riguardare

Il mondo di quaggiù, pieno di polve,

Da confino a confino,

Nel mondo infido non son cose care

Fuor che la gota di garzon vezzoso

E un rubicondo vino.

51.

Una gente alla fede e all’eresia

Sempre sen va pensando;

Tra dubbio e verità stordita e incerta

Un’altra va ondeggiando.

Sbucherà fuor repente dall’agguato

Tal che verrà gridando:

Non è questa, o ignoranti, e non è quella

La via che ite cercando! *

52.

Se potestà sul cielo m’avess’io

Come potere ha Iddio,

Ratto quel ciel di mezzo toglierei,

E in guisa un altro ciel fabbricherei,

Perché al desìo del cor l’uom di gran mente

Giugnesse agevolmente.

53.

Uom che mai non peccò se v’è nel mondo,

Dillo, suvvia! *

Se visse tal che non fe’ mai peccato,

Dillo, suvvia!

Io faccio male, e tu retribuendo

Rendi del male;

Se fra me e te v’ha differenza, dillo,

Dillo, suvvia!

54.

Per l’ebbrezza e pel vino ora m’incolse

Un caso strano. A me biasmar la gente

A che tanto si volse?

Ogni illecita cosa oh! dell’ebbrezza

Fosse cagion, per ch’io più non trovassi

Quaggiù che sia saviezza! *

55.

Dugento lacci in ogni luogo apponi

E dicendo vai tu: Se il piè vi poni,

Ti ucciderò. – Dunque tu il laccio tendi,

Chi il piè vi reca, per uccider, prendi,

E nome di ribelle anche gli doni?

56.

Io l’oroscopo mio cercando stava

Nel libro dell’amore,

Quando repente così disse un saggio

Dell’alma nell’ardore:

Oh! beato colui che una fanciulla

Simile a bella luna

Ha in casa e per cui lunghe come un anno

saran di notte l’ore!

57.

Nell’officina entrai del vaselliere.
Vidi il maestro in piè, presso la rota.
E manichi e coperchi ei di gran core
Fea per orci e vaselli
Con crani regi e piè di poverelli *.

58.

A una puttana così disse un prete:
Ebbra tu sei
E ad ogni istante al laccio di qualcuno
Presa tu sei. –
Ciò che tu dici, o prete mio, rispose,
Io son davvero,
Ma tu, ciò che sembri essere all’esterno,
forse che sei?

59.

Davver; che senza vino schietto e puro
Io vivere non posso!
Questo fardel del corpo, senza vino,
Io strascinar non posso!
Son io devoto a quell’istante in cui
Mi dice il mio coppiere:
Suvvia! suvvia! ti prendi un altro nappo –;
E prenderlo io non posso *.

60

Di tre cose il valor sanno le genti.
Valor di gioventù san gli attempati,
Valor di sanità sanno i malati,
Valor de le ricchezze gli indigenti.

Share: